Articolo 11 della proposta di direttiva sul diritto d’autore

La riforma del diritto d’autore è un tema caldamente discusso a livello delle istituzioni europee e i fronti sono fortemente contrapposti. I motivi principali di questa accesa discussione sono due: la cosiddetta “tassa sul link” e gli “upload filter”, rispettivamente gli articoli 11 e 13 della proposta di direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale dell’Unione europea (codice 2016/0280(COD)). I pareri sono contrastanti: come ci sono case editrici che vedono nuove opportunità nel nuovo ordine, o se si vuole nella zona d’ombra che verrebbe a crearsi, c’è anche chi teme che la direttiva in questione possa portare a una limitazione della libertà d’espressione su Internet.

Dopo essere arrivata in aula alla bene e meglio per poi venire bocciata nella votazione del 5 luglio (278 voti a favore, 318 contrari e 31 astenuti), la bozza in oggetto è stata infine approvata dal parlamento Europeo. Tuttavia questo non vuol dire che la questione sia chiusa e le problematiche risolte. Ma cosa dice esattamente l’articolo 11 della proposta? Per quale motivo crea una simile tensione e quali sono gli argomenti a favore e contro la bozza della direttiva?

I diritti d’autore per le pubblicazioni giornalistiche all’interno dell’Unione Europea diventano più concrete

Il dibattito sui diritti d’autore (le leggi attualmente in vigore sono del 2001) nel mercato digitale interno ha spesso portato a discussioni, a volte anche particolarmente accese. Il focus dell’opinione pubblica si è concentrato in modo particolare sugli articoli 11 e 13 del disegno di legge. Quest’ultimo dovrebbe costringere le piattaforme online a verificare se i contenuti che si intendono pubblicare siano protetti o meno dai diritti d’autore, verifica che deve avvenire prima della pubblicazione, portando potenzialmente – questa è la previsione dei critici – all’utilizzo dei filtri di upload. L’articolo 11 invece riguarda direttamente i diritti d’autore ausiliari per le pubblicazioni di stampo giornalistico.

Già nel luglio 2018 il Parlamento europeo, accompagnato da un forte interesse dell’opinione pubblica, ha dovuto votare la bozza sottopostagli, respingendola. Dopo aver apportato alcune modifiche, che riguardano in primo luogo la cancellazione del concetto di “upload filter” (o filtri di upload), a distanza di due mesi ha avuto luogo una seconda votazione. Il risultato è stata l’approvazione con 438 voti a favore (226 contrari e 39 astenuti).

Questo però non vuol dire che la questione sia chiusa: ora la bozza passa ai cosiddetti negoziati del trilogo. Qui gli inviati del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio degli Stati membri si incontrano con l’obiettivo di accordarsi su una versione finale. Chi segue il processo da vicino ritiene che ci siano buone possibilità che si raggiunga un accordo e che le singole leggi vengano adottate nella legge finale nonostante le attuali frizioni. A risultare problematiche sono in particolare alcune formulazioni del testo di legge.

Dunque la posizione del Parlamento europeo è che, nel caso d’inserimento del link a un articolo, né il titolo né porzioni di testo (teaser) possono essere riprodotte senza averne ricevuto la licenza da parte del possessore dei diritti. L’utilizzo dell’hyperlink e di un numero molto limitato di parole invece dovrebbe essere permesso anche senza il consenso legale. Tuttavia non è ancora risaputo quale sia il limite di parole massimo.

A lasciare qualche perplessità è anche la limitazione della legge al solo contesto commerciale. Stando allo stato attuale della bozza, l’obbligo di licenza esclude l’ambito della ricerca e l’utilizzo privato. Alcuni temono che a essere interessati siano anche i collegamenti ipertestuali di piccoli siti, che non interessano però l’opinione pubblica.

Ad esempio in questo scenario vanno inclusi i blogger che operano senza finalità commerciali, che sarebbero comunque costretti a richiedere (e ottenere) il consenso da parte delle case editrici giornalistiche (dovendo quindi sostenere le spese connesse), prima di poter pubblicare un link che comprenda anche il titolo dell’articolo. Altri invece si interrogano se a pagare per poter condividere un articolo su Facebook o Twitter siano anche i singoli utenti privati. Poiché sebbene si tratti di una singola persona a condividere il testo (senza finalità di guadagno), questo avviene su una piattaforma commerciale, con quest’ultima che ne trae profitto.

Il piano attuale prevede di disporre della legge prima delle elezioni europee di maggio 2019.

Che cos’è l’articolo 11 “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale”?

L’articolo 11 gira attorno al cosiddetto ancillary copyright e ha lo scopo di tutelare le case editrici, impendendo che i loro testi o parte di essi vengano messi a disposizione su siti altrui a titolo gratuito. La bozza della direttiva prevede che in futuro i gestori di siti web debbano pagare un contributo in denaro alle case editrici ogni qualvolta questi utilizzino i contenuti redazionali presi dalla rete e li linkino sul proprio sito web dotati di titolo o di una breve anteprima (detta anche teaser).

Se ad esempio cercate su Google News (il motore di ricerca di news di Google) una notizia di qualcosa avvenuto in giornata, vi vengono mostrati numerosi articoli di diverse testate online. Questi articoli informativi non sono stati redatti dal colosso di Internet statunitense, bensì il motore di ricerca trova i testi in rete e mostra a voi quelli che ritiene i risultati di ricerca migliori. Questo servizio ha certamente anche dei vantaggi per le testate giornalistiche, poiché questi risultati sono collegati direttamente con i loro siti web, rendendo potenzialmente possibile un aumento dei lettori e quindi un maggiore guadagno dalla pubblicità.

Tuttavia nell’anteprima di Google vengono integrati anche titoli e interi capoversi del testo. Per questo motivo la paura degli editori di giornali è che numerosi utenti si accontentino di questi antipasti disponibili già nella panoramica di Google e che non leggano l’articolo nella sua interezza sul corrispettivo sito web. In questo caso la stragrande maggioranza delle entrate pubblicitarie finisce nelle casse di Google, senza che il gigante di Mountain View produca del contenuto proprio.

Google non è l’unico a raggruppare le news, a selezionarne un estratto e a linkarle. Altri esempi di questi cosiddetti aggregatori sono:

  • Yahoo News
  • Rivva
  • Newstral
  • Flipboard
  • 10000flies
  • Tutti i classici RSS Reader
N.B.

Sebbene la direttiva esoneri gli utenti privati dal pagamento per l’utilizzo di link, non è chiaro se per “privato” si intenda l’utilizzo non commerciale o l’utilizzo privato nel senso di non pubblico. Altrettanto poco chiaro è se l’ancillary copyright includa o meno i blogger e gli utenti dei social media.

Che cosa rientra nell’ancillary copyright?

Attualmente ci si può appellare ai diritti d’autore per la pubblicazione online di interi articoli, ma non per brevi passaggi testuali e titoli integrati all’interno di un’anteprima. Dunque, considerando come funzionano gli aggregatori menzionati sopra, autori e case editrici non hanno la possibilità di intervenire. Questo bug del sistema dovrebbe venire risolto grazie all’introduzione dell’ancillary copyright.

N.B.

Tutto ciò non è limitato solamente ai contenuti sotto forma di testo ma anche alle immagini d’anteprima utilizzate all’interno degli articoli.

Quali sono le argomentazioni favorevoli e contrarie all’articolo 11?

Le due posizioni sono opposte e come spesso succede divise tra chi nel settore dell’editoria online ha la propria attività commerciale e chi invece si interessa dei diritti e degli interessi della comunità come organizzazioni, associazioni e attivisti della rete ma anche e soprattutto gli aggregatori e simili (che hanno interesse che la situazione rimanga immutata).

Le motivazioni: i sostenitori

Molte case editrici argomentano il proprio supporto alla proposta affermando che la propria proprietà intellettuale non verrebbe sufficientemente tutelata da Google e dagli altri motori di ricerca. Infatti i portali Internet e gli aggregatori lucrerebbero sulla zona grigia e poco regolamentata in cui viene a trovarsi il materiale redazionale, sottraendo alle case editrici importanti entrate pubblicitarie e rendendosi corresponsabili del calo di guadagni di giornali e riviste, minacciando così il giornalismo indipendente e di qualità. Diversa sarebbe invece la protezione offerta a contenuti musicali, cinematografici e televisivi.

Le motivazioni: gli oppositori

Gli oppositori dell’articolo 11, in particolare gli aggregatori, fanno invece notare che a loro avviso le case editrici disporrebbero già di tutte le possibilità di proteggere i propri contenuti dall’utilizzo da parte degli aggregatori. Da un lato i diritti d’autore varrebbero anche per i testi redazionali, dall’altro sarebbe possibile regolamentare o impedire completamente la loro comparsa negli indici di Google. Ad esempio attraverso l’integrazione di un file robots.txt all’interno del web server.

Dal canto loro l’articolo 11 sarebbe solamente una tassa sui link, dalla quale trarrebbero vantaggio solamente le grandi case editrici senza che gli autori effettivi – i giornalisti – ne ottengano alcun tipo di guadagno. Inoltre l’obbligo di pagare gli editori anche già solo per l’utilizzo di porzioni di testo o titoli, limiterebbe la libertà di accesso all’informazione e a quella di espressione, svantaggiando maggiormente i “piccoli redattori” di contenuti come i blogger e i giornalisti liberi professionisti.

Tuttavia tra i contrari all’introduzione dell’ancillary copyright e quindi dell’articolo 11 della proposta di direttiva ci sono anche alcune case editrici che vedono in Google e negli altri aggregatori degli importanti canali attraverso i quali presentare i propri articoli a una folta schiera di visitatori. Questi editori non vogliono rinunciare alle entrate derivanti dalla pubblicità grazie al numero di visitatori generato attraverso Google.

Livello nazionale vs. livello comunitario

In Germania i diritti d’autore ausiliari (Leistungsschutzrecht) sono stati introdotti nel 2013 e sono tuttora in vigore. Tuttavia il loro successo è stato limitato: molte case editrici hanno pagato più per le spese legali di quanto non abbiano intascato grazie ai pagamenti delle royalties. Dal canto suo Google ha spesso ottenuto licenze gratuite da parte di molti editori, vedendosi garantita la possibilità di continuare a raccogliere i loro contenuti a titolo gratuito e linkarli sulla propria piattaforma.

Gli aggregatori meno popolari si sono invece trovati a dover fronteggiare problemi difficilmente risolvibili: in molti casi sono stati costretti a cambiare il proprio modello commerciale o di interromperlo. Dunque a trarne beneficio sono stati ancora una volta i grandi del settore, nonostante l’idea iniziale fosse proprio quella di limitare il loro strapotere sul mercato.

Anche in Spagna è stata approvata una legge simile. In questo caso Google ha dovuto interrompere completamente il suo servizio legato alle news, facendo venire a mancare in breve tempo le entrate pubblicitarie a giornali, riviste e altri editori online.

Dunque, in considerazione dei singoli casi nazionali, perché si vogliono introdurre questi diritti a livello europeo? Secondo molti sostenitori della proposta la Germania con i suoi 82 milioni di abitanti e la Spagna con 47 milioni, non sarebbero sufficientemente rilevanti per fare pressione su Google. Una soluzione comunitaria a livello europeo avrebbe perciò un peso diverso.

Quali potrebbero essere le conseguenze?

Le conseguenze di un’introduzione dell’ancillary right potrebbero essere diverse. Quasi certo è che l’offerta di informazioni per i cittadini dell’Unione si ridurrebbe. In uno scenario Google e gli altri aggregatori limiterebbero le proprie offerte di news, nell’altro a online magazine e blogger verrebbe a mancare la possibilità di linkare contenuti gratuitamente.

Le esperienze del passato mostrano che i diritti d’autore ausiliari non rappresentano il mezzo più adatto per proteggere l’indipendenza e la pluralità del giornalismo. In molti casi si è verificato piuttosto il contrario, con i giornali che si sono visti mancare le proprie entrate pubblicitarie. Ma i critici non indirizzano l’attenzione unicamente verso un aumento sproporzionale della burocratizzazione dell’Internet e del rafforzamento di quelli che sono già i colossi dell’informazione, secondo loro infatti, con la limitazione dei collegamenti a contenuti testuali si ostacolerebbe anche il libero scambio di opinioni su Internet.

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